di poesia e di letteratura - a cura di Enrico De Lea - (e-mail: delenri@hotmail.it)* Questa pagina non è una testata giornalistica, in assenza di periodicità: pertanto, non è sottoposta alla disciplina di cui all'art. 1, co. 3^ L.n. 62 del 2001.

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Utente: caslino
Questo sito nasce a partire da un'appartenenza ad una comunità fatta di compresenza di passato e presente, da un legame con un luogo (Casalvecchio Siculo, in Sicilia); nasce come un'eterna interrogazione sull'identità, sulla lontananza, sull'essere senza radici e sul voler non fare a meno delle proprie radici. Ciò a partire da un minuscolo paese del versante jonico del messinese, dal quale, nel corso di più di un secolo, v'è stato un vero e proprio esodo, sicché ad oggi nel mondo c'è una vera e propria "altra Casalvecchio", mentre il paese tende tuttora a spopolarsi. Mi piacerebbe che questo spazio fosse uno strumento d'incontro fra quanti, vivendoci o risiedendo lontano, intendono riaffermare le proprie radici, con umiltà e con convinzione. Perchè anche il passato può parlare la lingua dell'oggi. (Enrico De Lea)

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mercoledì, 08 agosto 2007

Luogo e Impulso
Emilio Villa
 (tratto da www.ilprimoamore.com)

Metà idea e metà frutto
metà rischio metà fame
metà intero metà tutto
metà morte metà pane

Metà effigie e metà spazio
metà corpo e metà ombra
metà morbo metà strazio
metà asciutto metà fiume

Metà pesce e metà testa
metà sasso e metà lume
metà mano metà leva
metà corre metà resta

Metà troppo metà poco
metà vita metà cosa
metà gesto metà scopo
metà fuoco metà rosa

Metà piombo metà voce
metà riso metà vento
metà statua metà sasso
metà calma metà accento



Da E ma dopo, 1950.

Pubblicato da t.scarpa il 01-02-07

Postato da: caslino a 09:58 | link | commenti

lunedì, 02 aprile 2007

A DISTANZA  (trance dell’ora legale)

       

di Enrico De Lea

 

Stanotte ero davvero il santo

che un tempo mi prefiguravo

dall’alto della collina

che ieri affrontavo.

Dopo la salita furiosa, affranto

ne contemplavo i contorni

limati dai secoli e dai giorni –

là, con la neve del vulcano

e con il sole, ero lontano

eppure quanto avvinto

alle poche voci del paese.

Ascoltavo il silenzio

d’ogni insospettato avo -

preferivo la luce in ombra dei padri

al candore violento delle madri.

In un artificio, del tempo

statuivo la normativa bulla,

ma facendone sempre scempio

come stanotte nell’ora fasulla.

 

25 marzo 2007

 

Postato da: caslino a 16:59 | link | commenti

mercoledì, 07 marzo 2007

Nelle venature della foglia mostrata,

il padre, maestro di scuola,

maestro anche al figlio, diceva:

anche per questi segni, bambini,

traversiamo la storia, il vostro futuro di uomini.

Non temeva la seduzione della luce,

ci richiamava alla rara virtù dei sentieri per capre,

dov’era l’umano dominio del sangue.

Ascetico forse e rabbioso in una fede

immanente, come l’anacoreta che ad oriente

guardava, dov’era la luce, in cui a stento

era possibile distinguere tra aurora e crepuscolo,

tra gli ulivi scorgeva l’argento delle rame,

l’eden già transitato in una vita.

Postato da: caslino a 11:14 | link | commenti

mercoledì, 24 gennaio 2007

*Testi apparsi sul blog letterario "lapoesiaelospirito.wordpress.com"  il 17 gennaio 2007

Covai frasi, covai parole”.
(Stefano D’Arrigo)

(nello stretto di Messina)

Risibili alle passioni del rapace
falcidiato volto,
la presa pur convinta della mano
e il mesto freddo della pietra
lavica, come di profilo
calcidese o messenio, mercatante,
profugo da un mare,
per cui levare l’acqua all’occasione
d’umiliato controllo, debito
all’occhio ionico, tra brume.

(a mero sacrificio)

La fiera arsura,
senza meno, ma l’animo,
o malanimo del grappo,
la confessione della nota
dentro, nel viscerale pozzo,
per, sull’ara occitanica, immolare…
Preciso indizio
di percezione, là
dove annotta, nel palmo
l’orda, il gabbo:
Sia scure! Sia partenza!
Sentenza
della smemoratezza, per l’incluso.
Rovista, è lampo,
la breve sua costante cenere.

(disciplina)

Breve sterminio
di nuvole accagliate, ingenuo germina
ma tiene l’osservanza dell’acciuga.
Brezza al bastàso massimo, carèna
mastra sulla barra dell’ossesso.

(agorà)

Le falsità di Atene sa adombrare,
la carie dell’omino lucente e frenetico,
sebbene sia del giunco proverbiale
per nessun flettere di fiumare sacre.

(ingressus est)

Redime,
la carità del verbo, il torso ostico…
Per l’evo della consolazione
dal pietrame raccoglie
l’apparenza dei lauri, sorpresa
d’alto dileggio
contro il monte. Forte
delle palme, fa ingresso tra lame.

(contrada Ponte)

Scandisce il nervo
egemone tra avari cocci
del ponte consolare, l’ansa
necessaria rasenta
la policromia del rudere -
altra vita e cimelio
il capro del suo pasto
forsennato. Mira,
sì freddamente, per l’aceto.

(lastricato)

Incalza, mitiga
il gradone basaltico
per l’estro d’assenza del lupo.
Con l’ansia che suole
nel viaggio,
noccioli lo crebbero all’urto
per l’erosione delle fortune.

(migrazione)

A tessere il dominio
della trafittura,
l’evoluzione dell’adorno
pasce il verbo, martirio
madre della fondazione, pone
l’ordine dorico, vero
ponente dell’otre enfiato.

(insula)

Nasìda, o romitaggio
istrionico, dal secco
assimila il modo dell’archetto,
famelica sua piaga da stilita.
Udendo il veto
nei veli parentali,
funge un greto barocco
per il santo acceso.
Nel fuoco degli intarsi, ritratto
ed onnipotenza del legno, erige
altare breve al morto,
lare di roccia, icona madre
al figlio.

(veste d’attesa)

Scatena la pendola preagonica,
abito di serale tradimento.
Traendo da ginocchia e spalla
il solco d’escoriazione, frana
la notte duale, mirando il forte
e l’arco dell’ascesa.

(ottobrina)

Corta voglia del gatto è tramutare
d’eccellenza, per il patto
dell’innesto calcareo.
Infoiato annusa nel quadrato
foglie secche, non sospetta
replica di sorgenti, col vino
dentro il fresco del carrubo.
Prossimo di calvario, svia
dal contorno delle case,
ripristina lo sgorgo
del resecato torto,
degli averi.

(assolo)

Credenza dei clarini,
erosione dei tocchi
d’ossidiana.
Solerte elevandosi ai gelsi
proruppe in scale ai dirupi,
con quale dimestichezza l’efebo
delle sue argille.

Postato da: caslino a 16:38 | link | commenti

venerdì, 17 novembre 2006

UN "CUNTO" IN LOMBARDIA (di Enrico De Lea)

Sergio Bianchi, di Tradate, direttore editoriale, saggista, con questa gustosa raccolta di prose narrative (SERGIO BIANCHI, LA GAMBA DEL FELICE, SELLERIO, 2005) ci racconta di un’infanzia e di un’adolescenza in quell’angolo di Lombardia tra il Ticino ed il Lambro. La prosa di Bianchi scorre fluida come un lungo racconto orale, quello che in passato, specie nel Meridione, era il “cunto”. Per esperienza personale ricordo in Sicilia il “cunto di l’antichi”, che gli anziani narravano ai più giovani. Per “antichi” si intendevano vari aspetti del passato: le fiabe, gli antenati, i fatti del paese con tutta la componente aneddottica, la propria remota infanzia ed adolescenza, etc.
La narrazione di Bianchi si pone in questa specie di genere, diverso, peraltro, dal rimescolamento dei generi letterari, ed al contempo antichissimo, nascendo da una civiltà in parte contadina ed in parte operaia ed industriale.
La lettura di questo libro è appassionante perché mette in scena una realtà lombarda diversa da quella rampante, successiva agli anni settanta. Senza scadere nel bozzettismo paesano, ma attraverso la puntuale rappresentazione di uomini e situazioni Bianchi ci fa attraversare un’epoca di trasformazione individuale, sociale, politica, in termini di radicale mutamento culturale.
I luoghi in cui si ambientano le prose di questo libro - libro non di racconti, ma di narrazioni con uno stile legato all’oralità - sono agevolmente riconoscibili nei paesi tra Tradate, con i suoi boschi, Venegono, col seminario e l’incipoiente presenza del clero.
La vita di un bambino, poi ragazzo, scorre guardandosi vivere ed osservando la vita degli adulti, inventandosi un’autonomia di vita rispetto ai modelli imposti nel paese (l’oratorio col suo campo di calcio, col suo cinema, entrambi riservati solo ai ragazzi che partecipano alla vita ecclesiale, e, di contro, il campo di calcio ricavato dal protagonista e dai suoi amici ribelli ai margini del bosco).
La realtà sociale, in primis i circoli socialisti e comunisti e le Festa dell’Unità, i personaggi più strani e quelli decisivi di una vita (i fratelli Pirlit, il Silvano, il Felice), le novità di fine anni sessanta (i provos, primi ribelli dall’Olanda anarcoide), l’impatto della cultura musicale, sono tutti temi di una narrazione che fluisce con grande arte.
In particolare, la rappresentazione costante di una società che conserva ancora tracce delle proprie origini contadine convive con una realtà industriale che trasforma anche i rapporti umani (la presenza dominante della Tessitura). Nella varie prose l’autore non dimentica l’inserzione di aspetti della vita quotidiana, specie della cucina lombarda, le cui ricette si inseriscono con un tono assai leggero nel corpo delle singole narrazioni – rappresentazioni.
Una rappresentazione della Lombardia assai lontana dagli stereotipi pseudoceltici degli ultimi due decenni. Un autore che ci fa riscoprire una linea narrativa di grande spessore, cui appartengono scrittori apparentemente minori come Piero Chiara e Gianni Brera.

Sergio Bianchi, La gamba del Felice, Sellerio editore, 2005

Postato da: caslino a 12:57 | link | commenti

lunedì, 09 ottobre 2006

TORRE SARACENA

 

Si complica l’assedio delle croci

alla rocca che sapevamo chiusa

all’attenzione del borgo – là, rintanati

e astuti, nascondiamo

il fumo d’ogni malìa di corpi.

Da presso un mare estraneo alle colline

vela gli occhi di uomini sospesi

in una silenziosa partita a carte.

Un diavolo traversa il paese

e fa l’augurio alle vergini sacrali.

Nascano figli, nascano giganti

per il prossimo fuoco dalle acque,

come dissero i  padri viaggiatori

per il sentiero da un mare all’altro speso.

Postato da: caslino a 10:54 | link | commenti

martedì, 01 agosto 2006

 

                 ENRICO DE LEA          

 

                            Acque reali

                           

                            (poesie)

 

 

 

 

 

 

 

 


 

                                     “dies septimus nos ipsi erimus”.

                                                                    (Agostino d’Ippona)

                            

       “E forse tutte le stagioni alzano a vessillo un nome,

                                     ma non hanno un senso”.

                                                                    (Emilio Villa)

                                                                           

                                                                           

                                                                           

 


          PRESTO ACCADE

Poiché non sanno

l’enigma del puro

proferire, del suo

freddo sentire di quell’anno,

presto accade

che l’arma del suo amare

s’arrenda, covi

ben due serpi di stile, in processione

luci dell’oscurato, da torrette.

 

                             


        ALBA

 

Con le solite sagome ad oriente,

ombre portatili all’occorrenza ostili,

questa mano non tesa e non più mozza.

 

 


          EX ORIENTE                        

 

Nel codice deperso del crinale

di levante erra,

verbo mercatorio e guerra, osteggia

altre sagome eremitiche, fedeltà

delle vigne al fodero corporeo.

All’abbeveratoio sosta, bestia

sul portale inviolato, il libeccio

nel sonno degli armenti.

 

                                     


                   DUE MARI

 

Infame dubbio del lanzatore[1] -

se d’anima si tratti, con l’arma sbreccia

un vento d’acque, un coro inferno, quarto

di carne evaporato, stretto e sempre

tra feluca e luntro, lotta e tana

nella rema…

                           


          ATTESE LACUSTRI    

 

In essere la vacuità del volto,

il profilo narciso all’acquitrino,

gelata venatura contro il nero

e tramortito arido alle fonti.

Là, remigando placidi, le canne

scostano i rematori insonni,

appesi ad un’attesa di perenne

premonizione in mezzo ai fumi,

digiuni delle origini a un fortino.

 

                                     


IL VINO DEL DISTACCO

 

 

Il vino del distacco fluttua fatuo,

periplo delle coppe da falangi.

L’urna coi nomi amanti in una teca

assilla, obbedienza di torre

allo strapiombo, assisa scortica

le labbra di folate

ai rinforzi dell’erica e dell’alga.

 

                                     


ACQUE REALI

 

 

I lavoranti oscurano il pensiero

al sole, tengono l’ombra in tasca

coi fazzoletti marci di sudore.

La strada nuova aprono i picconi,

alla valle normanna già dirupi

fioriscono terrazze, acque reali.

Muovono i carri verso la marina,

i bordonari[2] si levano nell’alba.

Il folle zio Domenico è veggente,

urla gli incendi le miserie il secco.


L’EBREO DELL’INFANZIA

 

 

Morto alle morti innumeri

et in saecula cangiante,

fisso delirio

da plaga antemontana

di bosco e di palude,

lanciatore di dadi nei mercati

mediterranei, alla marina

Assuero[3] attendeva alla bottega;

solo, sopra una carrozzella all’alba

contemplava il mare       

del racconto di Odisseo,

eterna, infima reliquia

nel sole ritrovato,

nel tempo dell’uomo officiava

il tempo del giusto e del dovuto,

era l’orologiaio del paese.

 

                                     


          SACRIFICIO

                  

 

Nella stagione terrea, mascherata

dalla festa del santo patronale,

castrato sfornano, servono cipolle     

pescate nell’aceto delle bocche.

Non è difesa il nome sopra il marmo,

filo del mestruo che la mano squarta

e scosta sul marmo del macello,

potenza della pelle sfregata.

Avvolto in calde tele, il benedetto.

 

                                     


                   ESILIATI

 

 

Ad un certo passo del serro sortisce

dietro la rupe il cotogno –

la madre raccoglie furtiva quei frutti,

avverte i figli di serpi, mansuete

ma orride eppure, di traverso al viottolo.

Considera la fertilità della zolla,

ma il sole l’estate necessitano

l’anonimato del fondo rustico,

ed esordisce verbo

col tradire l’esilio.

 

                                     


                   DA SENTIERI                       

                           

 

Inavvertita neve sul mantello

del remoto camminante

nella notte del bosco, oscurità

d'assiso enigma per l'occhio che intravide

il verde astuto nei meriggi accesi,

palpebra appena vergine ad ogni alba.

Corrugata radice di passione,

il biancore profuso insiste, ancora,

via, pertinenza alla catena buia,

nero che tutto ingoia, sul limitare

del passo indagatore

e mai umile del camminante.

 

 


SEQUELA DEL PADRE 

 

1.


Nella notte del padre si contempla
il pharmakon
[4] l’olivo e il raro volto
e presso l’arco di pietra cimino
l’occhio dissecca e albeggia.
A lenimento della scala estesa,
echi dal sonno, unguenti, nello specchio
la barba incolta che vaneggia. Assedia
la casa della silente veste
mattiniera, usi d’acqua, disvela se profila
alterno fiotto oceano al dolore,
picco ad altare d’isola, foresto
al capo roccioso dei padri,
da valle moritura.



2 .


Il sole delle tortore
ristora il padre, in ombra ulivo
e pertica attorta.
Fruschi non mali
[5]
con la pernice esclusa
e il cacciavento esangue,
salva il seminatore il bel commiato
all’alba, commercia con la tenebra, concima.


3.


Ora, dunque, restaurare,
avverso il risolino
eterno del teschio,
spargere a piene mani per il mondo,
valletta o corte stracca,
ora della scorza e patronimico.



4.


A redenzione della cieca guida,
prono ad escutere i tocchi
della mezza campana dell’arme –
la corsa del cane ringhiante,
il tinnito del sasso focaio –
s’addice a siffatto tempo
l’assorta sufficienza augurale,
retrocedendo sino
alla sanità dei passeri,
ai massi anzi il proscenio ionico.
Da manca, ché l’alba sgomenta,
lucus deserto del padre.


5.


Dato all’ombra di Cesare
il fruscio d’arcolaio, indossa
il magro saio, spoliazione
delle valli antemarine.
Flagellante solerte, si percuote.


6.


Per il libero essere del marmo
intonso
s’è nutricato il dio, falco
appaiando e regio falconiere.
Il ginocchio del pellegrino
interra, in grembo,
genera capretti.
Alla caccia, alla caccia,
l’ultima tenebra
dei valloni coi cavalli
bardati, i padri all’alba
assediano,
ove infame la quiete del tempio…


7.


All’artefatto graffito riconduce
della soppressa soglia familiare,
sappia che a mercatura si riduce
pianto in un padre, che non stagna
tempo della gerbia
[6], malgrado l’animale
sfrontato sibilante regni.


8.


Il corpo della voce trema
alla vista del mare dei padri,
cala l’oblio sull’odio necessario
ed a voi, utenti dell’illuso teatro,
par finalmente sceneggiata pace.



9.


Trema la terra senza il padre, trema,
promessa ostesa,
d’un qualsivoglia frutto del verbo,
fèrula cannizzo scanno
palma astuta d’ombra…



10.


Passio omiletica della cava
virtù, porge l’uovo della diruta
casa, passato l’oltre del padre
innervato, nell’asse del ciliegio.
Chiedi pure, soror, al profetante Giovanni,
allo scalzo precorde, al morto luminoso.


11.


Conserva l’olio per la carità dei morti,
per la pelle del silenzio consolante.
Dal nerbo ustorio
l’abito risuona, la contrada
dei legni, la via petrosa al sole.
Siano i veri, i procedenti a un fine,
penombra del muschio paterno,
narrativa del verbo senza carne.

 

 


 LASCITI DELL'ANACORETA

  

I.

 

ci siamo – abbandono la stele, lascio alla vita dei ragni la virtù, sospingo

tutta la memoria dietro il masso muscoso: non c’è mondo,

c’è il rantolo dello sconosciuto,

dell’ignota presenza che non nomino - seppi: nominare è morte e polvere,

ché in questo annullarmi alla congrega vivo, amandola di pura assenza,

come una vitale persuasione, una resa completa…

poi, vederli dall’alto, lumini in moto perenne nel vallone, sapere di questo amore

che senza abbraccio vede ogni istante,

egoista del trascendere del legno,

offre una specie di ragione che si piega, un'elezione di qualcosa che sorregge

e spegne, accende e polverizza -  ora impasto il fango, fratello, vanamente erigo

muri a secco…


II.

 

capro sul crinale delle contrade, sino al Sant'Elia che il sole

nascose nella preghiera, ho vituperato i sentieri ed ho mutato

il passo - c'era il respiro della neve e le anime dei morti

che s'addensavano, uccelli che non svernano...

qui, cavavano pietre per le case umane, e oltre l'umano,

che non fu pensato - attraverso il vino dei posteri, 

nella sembianza della ricchezza agraria...

ma come la stretta nella lacrima del padre

che non possiede, ma apre alla vallata, alla marina… 
      

VOYAGE

 

La sposa, nell’idillio provenzale,

crebbe il muffito, eccitazione

del battente azzurro.

Pastelli sbavarono oltre cornici, 

allo sguardo le bestie

insaccarono il lume delle corti.

Dall’antifinestra della movenza  

sfocò, corse le spore, il gesto tratteggiato…


            CAPO SANT'ALESSIO

 

Col sonno delle basiliche primeve,

aguglia mora, cuspide, malaria,

per un nodo di roccia quale un capo

malfermo nei riflessi d’argento,

volge il viandante, nella sovrana morte

dell’eremo, ad un passo dall’eremo

e dal ponte smarrito. Per un nodo

di roccia, la salvezza dell’estimato

pesce e la conchiglia a un’acqua,

albergo e pio ricetto a un tempo

dona la nulla valle, la quieta morte

si smentisce nella lingua dei padri.

 

 DOMANDA

Se l’aria della sera  ci portasse

il sapore salato dal capo sul mare, aleggiando

sugli uliveti dei padri, riusciremmo forse,

noi, aggrappati ad una forza del rito,

a dirci ancora felici di una pace antica,

di un quieto movimento dell’occhio?


 

NOTIZIA:

 

Enrico De Lea (1958, Messina) ha pubblicato la plaquette “Esercizi vitali” nel 1988

e la raccolta “Pause” nel 1992. Vive a Legnano (MI).

Sue poesie sono apparse sulle riviste Wimbledon (1992) e “Specchio” (2003).

Collabora alla stampa locale con recensioni ed interventi vari.



[1] “lanzatore”, “feluca e luntro”, “rema”: nella pesca del pescespada nello Stretto di Messina, sono, segnatamente: il lanciatore di fiocina; le due barche utilizzate, entrambe con un albero per l’avvistamento della preda; infine, il moto alterno della corrente marina dallo Jonio al Tirreno, e viceversa.

[2] bordonari: da “bordone”, basto per gli animali da trasporto; trattasi di trasportatori di sabbia ed altro materiale per l’edilizia, che si avvalevano solitamente in collina, per sentieri e mulattiere, di muli, cavalli, asini.

[3] “Assuero” : Assuero Trezzi era un orologiaio ebreo che negli anni Sessanta viveva a Santa Teresa di Riva, nel messinese, sulle rive dello Jonio. A causa di una malattia infantile si muoveva su una carrozzella, con cui era stato portaordini nella Resistenza nel Piemonte orientale, da cui proveniva, per le Brigate Giustizia e Libertà ed il Partito d’Azione. Per chi l’ha conosciuto un’ostinata rappresentazione della libertà morale.

[4] “pharmakon”: in greco classico indica sia il veleno che l’antidoto, il farmaco nell’accezione moderna, in un’inevitabile unione ciclica degli opposti…

[5] “fruschi non mali”: nella cultura orale della Sicilia orientale i “mali frusculi”, o “mali fruschi”, erano (sono ancora?) le vaganti e non ancora pacificate anime dei morti, secondo una memoria ovviamente remota…

[6] “gerbia”: termine di derivazione araba (“giarbiah”), tuttora usato nelle varie parlate siciliane, per indicare un vascone per irrigazione, ovvero qualsiasi altro tipo di invaso artificiale o naturale di non vastissime dimensioni; nelle campagne distanti dal mare nei decenni passati la “gerbiah” era l’utero ed il mare delle battaglie infantili.

 

Postato da: caslino a 18:56 | link | commenti (2)

giovedì, 09 marzo 2006

“La tela di Sant’Agata” di Patrizia Morlacchi*

 (di E.D.L.)

 Patrizia Morlacchi, autrice di romanzi e racconti, originaria della zona dell’altomilanese, da circa un ventennio vive in Molise, dove, operando in uno studio legale, ha occasione di attingere alla variegata, casuale, talvolta per vie traverse ed oscure, realtà umana. Il  primo romanzo, da poco apparso in libreria, della Morlacchi, “La tela di Sant’Agata”, Pironti editore, è ambientato nel Salento. In esso si incrociano, con grande abilità espressiva ed inconsueta freschezza della tessitura e della trama,  le vicende relative alle indagini per il furto di un dipinto del pittore secentesco Orazio Riminaldi (appunto, “La tela di Sant’Agata”), la ricerca di una ragazza misteriosamente scomparsa e l'inchiesta sull'omicidio di una tranquilla casalinga dietro cui si profila l'ombra di un uomo politico corrotto, il sospetto di tangenti e di conti correnti in paesi a fiscalità “privilegiata”, i paradisi dell’offshore. Il protagonista-maieuta del procedere degli eventi, capace di  dare senso e chiarezza al susseguirsi degli stessi, fino a trovare la soluzione del caso, è il commissario molisano Eraldo Sparvieri,  il cui coinvolgimento in una storia d'amore con una indiziata è forse meno esornativo di quanto appaia (non è forse un segno del coinvolgimento nella trama /tela del femminile mediterraneo ?).  Ad aiutarlo nelle indagini una giovane Sostituta Procuratrice e un energico magistrato in pensione, avvocato con la nostalgia del vecchio mestiere di inquirente. La forma del romanzo giallo (ormai una raffinata forma d’arte, dagli esiti letterari ormai di sicuro spessore, da Sciascia in poi) raggiunge risultati di grande respiro, con una trama dalla cadenza incalzante e con un linguaggio di estrema naturalezza. Ed è una trama che si sviluppa e cresce come in una tessitura, in un tappeto che lentamente, ma decisamente, prende corpo al telaio della scrittura, in cui la trama del femminile e l’ordine maschile si incrociano, si scontrano e si incontrano, sino a comporsi in un’armonia figurativa ed espressiva finale.

 

 

 * Questo articolo appare, altresì, sul mensile "Corriere dell'alto-milanese" (numero di marzo).

 

 

 

Postato da: caslino a 09:14 | link | commenti

mercoledì, 22 febbraio 2006

(voyage)

                               La sposa, nell’idillio provenzale,

                               crebbe il muffito, eccitazione

                               del battente azzurro.

                              Pastelli sbavarono oltre cornici, 

                              allo sguardo le bestie

                              insaccarono il lume delle corti.

                             Dall’antifinestra della movenza  

                               sfocò, corse le spore, il gesto tratteggiato…

Postato da: caslino a 09:01 | link | commenti

lunedì, 20 febbraio 2006

prova

Postato da: caslino a 11:17 | link | commenti